I collaboratori. Bel problema. Sceglierli è davvero una questione complessa, come la viabilità tra i vicoli dei Quartieri Spagnol

Sommario

Collaboratori o dipendenti? La differenza che cambia tutto

I collaboratori? Bel problema.

Sono serio, sono proprio un bel problema.

Sceglierli è una questione complessa come la viabilità tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli.

È la seconda cosa più difficile dopo l’associarsi ad un’altra persona: affiancarsi a un socio, una moglie, un coinquilino, un partner significa decidere di coabitare in un nuovo corpo con qualcun altro.

È come guidare un’auto con due volanti, due acceleratori, due freni, due leve della frizione, due cambi. E se aumentano i soci, aumentano le interfacce di pilotaggio.

Se tutte le parti accettano che ognuno possa incidere, decidere e indirizzare — solo allora diventa possibile, per una società, assumere collaboratori.

Dove eravamo?

Ah sì, i collaboratori. Bel problema.

Partiamo da una premessa lessicale: in w| preferiamo dire “collaboratore”, non “dipendente”.

“Dipendente” non ci è mai piaciuto. Un po’ perché dentro sto sostantivo ci sentiamo l’eco di quel ventennio là e un po’ perché evoca un livello di subordinazione più da reggimento militare che da impresa.

Noi siamo più la Compagnia dell’Anello che il nono reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin”.

E l’ultimo motivo? È legato proprio al concetto di dipendenza da sostanze e alla relativa astinenza: un’asimmetria lontana anni luce dal nostro modo di intendere squadra, team, gruppo, lavoro.

Insomma, “dipendente” non ha alcuna accezione positiva quando lo applichi a una condizione umana.

Infatti, il suo contrario è Indipendente.

E io auguro a tutti i dipendenti del mondo di diventare indipendenti. Anche a quelli di w|.

La filosofia di Workp|pe: costruire, non comandare

Al contrario, non augurerei mai a un collaboratore di diventare uno s-collaboratore, intraversatore o complicatore (il contrario di collaboratore non è noto, come l’identità di Liberato).

Il progetto Workp|pe, per me e Andrea, è il lavoro di una vita e una vita di lavoro.

È la nostra Cappella Sistina, la nostra legge della relatività ristretta, la nostra Yesterday, il nostro ponte sullo stret… ah no, lasciamo stare.

È un lavoro costantemente in fieri, e più cresce più diventa cruciale avere le persone migliori al posto giusto.

O almeno, questo era quello che credevamo.

Il difficile equilibrio tra persona e professionista

Ogni volta che selezioniamo qualcuno per il nostro #teamsquadra, è un lungo confronto:

  • Che tipo di persona cerchiamo?
  • Che tipo di professionista?
  • w| è pronta ad accoglierlo?
  • Come cambieranno gli equilibri?

Negli anni abbiamo aperto diverse posizioni lavorative, tenuto tanti colloqui e, per quanto ci sforzassimo di rintracciare nei candidati la luccicanza, l’aura, la forza o lo spirito santo (chiamatela come vi pare, in base al vostro universo narrativo preferito), non ci siamo mai riusciti.

Così ci siamo inventati un iter selettivo che ci facesse conoscere sia la persona che il professionista (molto ambiziosi, lo so).

E ammetto, con non poca mestizia, che abbiamo sempre preferito la persona al professionista.

Perché “la persona giusta” conta più della “persona migliore”

Abbiamo imparato presto che “la persona migliore al posto giusto” funziona raramente.

Ciò che funziona è “la persona giusta al posto giusto”.

La persona giusta al posto giusto — “Questa è la via”.

E questa cosa ci ha fatto impazzire, perché per tanto tempo abbiamo pensato che nel nostro #teamsquadra ci fosse sempre spazio per i migliori.

Credevamo che le competenze venissero prima dell’empatia, la tecnica prima della simpatia, il saper fare prima del saper essere.

Io stesso ho preferito imparare dai migliori piuttosto che dai migliori maestri.

Eppure, una piccola azienda non è ancora una grande azienda: ha bisogno di restare piccola, mentre cresce nella testa delle persone che ci lavorano.

Ha bisogno di stratificarsi, di costruire un proprio linguaggio, cultura, leggi e una fisica propria.

Questa magia — la nascita di un piccolo universo unico — è possibile solo se scegli le persone giuste, non necessariamente le migliori.

#teamsquadra-workpipe

Come scegliamo chi entra nel nostro #teamsquadra

Ecco perché, accanto alle domande sui linguaggi di programmazione, è importante chiedere se tirerebbero o meno la leva che uccide una persona per salvarne cinque (Trolley Problem).

O quanto costi la palla se mazza e palla insieme fanno 1,10€ e la mazza costa 1 euro in più (CRT test).

Il tuo #teamsquadra performerà mediamente meglio, e nei momenti di stress andrà oltre il 100% delle proprie possibilità, solo se hai attratto e selezionato le persone giuste e con loro hai dato vita ad una cultura emergente.

Empatia, cultura e carattere: le vere competenze che cerchiamo

Uno dei punti è proprio questo: non basta mettere a punto un buon processo di selezione, cosa già difficile come ordinare al sushi all-you-can-eat senza le foto dei piatti, ma bisogna avere la forza comportamentale di dare l’esempio, premiare gli atteggiamenti positivi, incoraggiare studio e ricerca, seminare argomentazioni valide e smontare quelle fallaci, delimitare il tempo e lo spazio per gli offtopic.

“We’ll get through it together. As a team. As a squad… As a team squad.”
Gary Goodspeed

Noi vogliamo che le persone giuste siano una parte portante del progetto e che diventino un giorno anche le migliori per Workp|pe.

Perché il pensiero del #teamsquadra è semplice: non esistono “le persone migliori” in assoluto. Si è migliori sempre rispetto a qualcosa, qualcuno.

E noi vogliamo che i nostri collaboratori si sentano, un giorno, i migliori per Workp|pe

Investire sulle persone, non scommettere su di loro

Per questo, in w|, non ci piace fare scommesse sulle persone.Scommettere significa accettare un margine di rischio troppo alto, perché nessuno nasce “giusto”.

Quindi per ridurre l’azzardo e trasformare una scommessa inaccettabile in un investimento, noi investiamo sulle persone. Lasciando spazio di pensiero, libertà di sbagliare, di contraddirsi, di crescere.

Significa anche accettare che qualcuno possa deluderti e qualcun altro sorprenderti oltre ogni aspettativa.

E a volte è la stessa persona, nella stessa settimana, a raggiungere entrambi gli obiettivi.

Significa dedicarsi tutti i giorni a rappresentare i valori che vorresti veder fiorire.

La cultura aziendale si costruisce (anche con la pizza)

Se guardo dentro i nostri tubi, non sono i migliori cv a far brillare i progetti: sono i caratteri giusti, quelli che capiscono il peso delle parole e il valore del silenzio, il momento di fare una battuta e quello di restare concentrati. Sono le persone disposte a imparare per migliorarsi.

Sono le persone disposte a migliorare gli altri e l’ambiente circostante. In altre parole, sono quelli che portano la pizza durante le riunioni.

Lo sappiamo bene, è un processo lento, certosino, fatto di microcorrezioni continue, invisibili, rapide metabolizzazioni, discussioni, domande scomode, confronti e attesa. Tanta attesa.

Perché costruire una cultura aziendale non passa per un cartello con scritto “qui siamo gentili”, ma dal dare l’esempio ogni giorno, anche quando sarebbe più facile far finta di niente.

Se guardo oggi al nostro #teamsquadra, vedo un gruppo di persone che non solo sono “giuste al posto giusto”, ma che diventeranno le migliori versioni di loro stesse anche grazie al percorso fatto insieme.

E questo, più di qualunque progetto andato bene, potrebbe essere il vero successo di Workp|pe.

anakin-skywalker

Quando la persona giusta decide di andare via

“One more thing” – Steve Jobs

Poi, certo, c’è da dire anche un’altra cosa:

A volte scegli la persona giusta, la formi, la fai crescere, investe insieme a te — e un giorno se ne va.

Magari va a lavorare da un competitor, magari finisce per fare tutt’altro, oppure – semplicemente – sparisce e basta.

La profezia di Anakin Skywalker. È anche così che funziona.

Non c’è romanticismo né retorica che tenga: le aziende non sono famiglie, sono ecosistemi che cambiano, spesso a discapito di chi li ha messi in piedi.

Inevitabilmente, noi continueremo a investire sulle persone che riterremo giuste.

Molti resteranno, alcuni passeranno al lato oscuro e altri… ci venderanno le pizze che porteremo alle nostre riunioni.

Fonti:

  • “Final Space” (2018 – 2021)
  • “The Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring” (2001)
  • “The Mandalorian” (Disney+, 2019)
  • “Star Wars: Episode IV – A New Hope” (1977)
  • “Yesterday” – canzone dei Beatles (non il film!): pubblicata nel 1965 nell’album Help!
  • Steve Jobs ai keynote Apple
  • Trolley Problem – Philippa Foot (1967) e Judith Jarvis Thomson (1976).
  • CRT (Cognitive Reflection Test) -Test sviluppato da Shane Frederick (2005).
  • Organizational Culture – Edgar Schein, “Organizational Culture and Leadership” (1985, aggiornato nel 2010).
  • Social Learning & Team Dynamics – Albert Bandura, “Social Learning Theory” (1977).
Co-Founder & CEO

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